Nel magazzino il giro parte da un estintore a schiuma appeso vicino alla baia di carico. Il tecnico lo stacca dalla staffa, l’RSPP apre il registro, il titolare cerca la scheda di sicurezza nel raccoglitore delle manutenzioni. Pressione regolare, sigillo presente, cartellino aggiornato. A prima vista il presidio è in ordine. Eppure la domanda cambia subito: che cosa contiene?
È qui che cade il mito più comodo: se l’estintore è revisionato, allora può restare dov’è. Per le schiume antincendio questa frase non regge più. Il Regolamento UE 2025/1988, nel quadro REACH 1907/2006, introduce restrizioni sulle schiume con PFAS pari o superiori a 1 mg/l come somma delle PFAS. Per gli estintori portatili a schiuma la deroga arriva fino al 23 ottobre 2026; per le schiume alcol-resistenti fino al 23 aprile 2027. Dal 23 ottobre 2030 il divieto riguarda, in generale, immissione sul mercato e uso delle schiume antincendio sopra soglia, con altre scadenze settoriali. Il punto tecnico, richiamato dagli approfondimenti di Toxicon, è semplice e scomodo: la manutenzione meccanica non assolve la chimica.
Etichetta, scheda di sicurezza e registro: tre controlli diversi, non tre copie dello stesso dato
Primo controllo: l’etichetta. In molti depositi l’estintore a schiuma viene letto come una categoria unica, quasi fosse una famiglia compatta. Non lo è. Sull’etichetta si cercano agente estinguente, classe di fuoco dichiarata, capacità, eventuali riferimenti al concentrato schiumogeno. Se c’è una sigla commerciale e basta, il lavoro non è finito. È appena iniziato.
La UNI EN 2:2005 resta il passaggio tecnico per collegare il presidio alle classi di fuoco. Fuochi di classe A, liquidi infiammabili di classe B, presenza di apparecchiature elettriche, materiali stoccati: il presidio non si sceglie a sentimento. Ma la classe di fuoco non dice da sola se la schiuma contiene composti fluorurati. Questo è l’equivoco che continua a girare nei reparti: classe corretta uguale contenuto accettabile. No. Sono due verifiche parallele, con documenti diversi e responsabilità diverse.
Secondo controllo: la scheda di sicurezza. Qui il tecnico cerca informazioni sul formulato, sulle sostanze, sulle eventuali frasi di pericolo, sui componenti dichiarati. La Banca dati sostanze del MASE può aiutare a inquadrare nomi e famiglie chimiche, ma non sostituisce il dato del prodotto in mano. Se la scheda è vecchia, generica o riferita a un altro lotto, usarla per decidere è un esercizio di fiducia. E la fiducia, in un audit, pesa poco.
Nel sopralluogo il titolare tira fuori tre schede: una ha il nome del prodotto, una riporta un codice simile, la terza riguarda una ricarica acquistata anni prima. Il tecnico le mette una accanto all’altra e chiede quale corrisponda agli estintori installati. Silenzio. Succede più spesso di quanto si dica. La documentazione antincendio, quando è trattata come archivio morto, diventa un problema ambientale prima ancora che operativo.
Terzo controllo: il registro di manutenzione. Non basta sapere quando il presidio è stato controllato. Serve capire se negli anni è stato ricaricato, con quale agente, da chi, con quale documento a supporto. Un estintore nato con una schiuma può essere passato da una revisione, da una sostituzione della carica, da un cambio di fornitura. Il corpo esterno resta lo stesso, il contenuto può non esserlo.
Qui conviene essere ruvidi: una riga di registro con scritto solo controllo eseguito è povera. Fa comodo perché occupa poco spazio, ma lascia scoperta la decisione vera. Davanti a una soglia normativa espressa in mg/l come somma delle PFAS, serve un’informazione che permetta di distinguere tra schiuma fluorurata, schiuma alcol-resistente e alternativa fluorine-free. Un timbro non risponde a questa domanda.
Gli approfondimenti tecnici di Toxicon insistono proprio su questo cambio di prospettiva: le PFAS non sono un tema laterale da lasciare alla fine della riunione. Sono sostanze persistenti, con una disciplina europea che sta spostando l’attenzione dal solo spegnimento alla tracciabilità del formulato. L’estintore a schiuma, per anni percepito come presidio pulito rispetto alla polvere, entra in un’altra categoria di ragionamento. Meno residuo visibile non significa minore impatto complessivo.
La scena del magazzino lo mostra bene. Vicino alla scaffalatura ci sono contenitori di liquidi, imballaggi, un muletto in carica, porte tagliafuoco che delimitano il compartimento. Il presidio a schiuma era stato scelto perché coerente con alcuni rischi di classe B e con la necessità di non imbiancare il reparto di polvere al primo intervento. Ragionamento comprensibile. Però la scelta fatta allora non basta a coprire la permanenza in servizio dopo le nuove restrizioni.
Il mito dell’estintore a posto nasce da una confusione: si guarda lo stato fisico e si ignora lo stato regolatorio del contenuto. Manometro, piombatura, cartellino, accessibilità: tutto necessario. Ma nessuno di questi elementi misura le PFAS. Nessuno dice se l’agente estinguente supera la soglia di 1 mg/l prevista dal Regolamento UE 2025/1988. Nessuno stabilisce se la deroga applicabile scada nel 2026, nel 2027 o rientri in una casistica diversa.
Dopo la verifica non si archivia: si decide dove resta, cosa lo sostituisce e come si smaltisce
Finita la lettura dei documenti, la discussione si sposta dalla carta alla planimetria. L’RSPP segna gli estintori a schiuma con un colore diverso. Il tecnico distingue quelli portatili da quelli destinati a coperture più ampie. Il titolare chiede se si possano lasciare in posizione fino alla prossima revisione. Risposta prudente: dipende dal contenuto, dalla deroga e dal rischio coperto. Risposta operativa: non aspettare l’ultimo trimestre utile per scoprirlo.
Le scadenze europee non sono tutte uguali. Per i portatili a schiuma il 23 ottobre 2026 è vicino, se si ragiona con i tempi reali di inventario, preventivo, fornitura, aggiornamento documentale e smaltimento. Per le schiume alcol-resistenti il 23 aprile 2027 lascia qualche mese in più, ma non cambia il metodo. Dal 23 ottobre 2030 il quadro diventa molto più largo sull’uso e sull’immissione sul mercato delle schiume sopra soglia. Chi tratta queste date come promemoria da calendario perde il pezzo più concreto: ogni presidio deve avere una destinazione amministrativa e tecnica.
La prima decisione è identificare. Se la scheda di sicurezza non consente di capire la presenza di PFAS, si chiede il dato al fornitore del prodotto o al soggetto che ha eseguito ricariche e manutenzioni. Se il dato non arriva, lasciarlo nel limbo non è una scelta neutra. In un audit serio l’incertezza diventa un’anomalia da chiudere, non un appunto da trascinare al controllo successivo.
La seconda decisione è sostituire o ricollocare. Le alternative fluorine-free non sono una bacchetta magica: vanno valutate rispetto alle classi di fuoco, agli spazi, agli operatori presenti, alla compatibilità con i materiali e alle procedure interne. In alcuni reparti la schiuma senza fluoro può coprire il bisogno. In altri casi il presidio corretto cambia famiglia. La UNI EN 2:2005 serve proprio a evitare che la sostituzione diventi un gioco di equivalenze commerciali.
Quando il reparto concentra liquidi, imballaggi e superfici da coprire rapidamente, la verifica del singolo portatile porta spesso a riconsiderare presidi mobili di taglia superiore; per questa parte della scelta tecnica la discussione può proseguire su https://www.eurofireantincendio.com/estintori-carrellati/, insieme al confronto tra capacità, agente estinguente e uso previsto.
Il passaggio è delicato perché la sostituzione non può essere guidata solo dal desiderio di uscire dalle PFAS. Togliere una schiuma fluorurata e installare un presidio meno adatto al rischio reale sarebbe una correzione sbilenca. L’ambiente non cancella l’antincendio; lo costringe a essere più preciso. Ed è un bene, perché molte dotazioni sono nate da stratificazioni: un estintore aggiunto dopo un sopralluogo, uno spostato durante un cambio layout, uno lasciato dove era perché nessuno aveva tempo di aggiornare la planimetria.
La terza decisione è lo smaltimento. L’estintore a schiuma con contenuto sopra soglia non sparisce perché viene sostituito. Va gestito come rifiuto secondo le procedure applicabili, con attenzione al formulato e alla documentazione. Qui si vede la differenza tra manutenzione intesa come giro periodico e gestione del ciclo di vita. Il presidio entra in azienda, resta per anni, cambia carica, viene dismesso. Ogni passaggio lascia una traccia o dovrebbe lasciarla.
Nel magazzino, il tecnico propone una tabella interna: codice del presidio, posizione, agente estinguente, documenti disponibili, esito della verifica PFAS, data limite, azione prevista. Non è eleganza amministrativa. È l’unico modo per evitare che tra sei mesi qualcuno debba riaprire gli stessi armadi, rifare le stesse telefonate e ricostruire a memoria un acquisto di cui nessuno conserva più la scheda corretta.
Un altro punto viene spesso sottovalutato: la comunicazione agli addetti antincendio. Se cambiano agenti estinguenti e posizionamenti, cambia pure il gesto operativo. Un addetto formato su un certo presidio deve sapere che cosa trova al suo posto, come si usa, su quali fuochi è previsto. La sostituzione silenziosa, fatta di notte o durante una manutenzione ordinaria, lascia una dotazione formalmente aggiornata e persone meno pronte. Tra un cartellino perfetto e un operatore informato, il secondo vale di più quando il fumo esce davvero da un bancale.
Le deroghe previste dal Regolamento UE 2025/1988 non autorizzano a dormire sopra il problema. Servono a gestire una transizione, non a rinviare l’inventario. Peraltro, il limite di 1 mg/l come somma delle PFAS obbliga a smettere di ragionare per impressioni: o il dato c’è, o bisogna procurarselo; se non si riesce, la permanenza del presidio deve essere motivata con estrema cautela.
Il ruolo del titolare, in questa storia, è meno marginale di quanto sembri. L’RSPP può chiedere documenti, il tecnico può leggere schede e norme, ma l’azienda decide budget, tempi e priorità. La tentazione di aspettare la scadenza per cambiare tutto insieme è comprensibile. Però concentra costi, indisponibilità e rischio di errori proprio quando molti altri faranno la stessa corsa. Un inventario fatto prima distribuisce le sostituzioni, separa i casi semplici da quelli dubbi e mette ordine nei rifiuti da gestire.
Alla fine del sopralluogo gli estintori a schiuma non vengono marchiati come colpevoli. Sarebbe una caricatura. Alcuni potranno restare fino alla data ammessa, altri saranno sostituiti con alternative senza fluoro, altri ancora richiederanno una scelta diversa perché il rischio protetto non coincide più con quello di dieci anni fa. La differenza la fa la domanda iniziale, quella che per anni è rimasta fuori dal giro: non se l’estintore è presente, ma quale chimica porta in azienda e fino a quando potrà farlo.
